Documento programmatico

Contro i cacciabombardieri F35 e per la costruzione di un movimento antimilitarista di massa.

Gli F35 sono cacciabombardieri di quinta generazione. Sono uno dei gioielli più brillanti della moderna tecnologia militare. Sono perfette macchine d'attacco al suolo. Se è necessario, possono pure trasportare armi nucleari.

Gli F35 saranno prodotti “in serie” dalla multinazionale statunitense Lockheed Martin, alla quale si affiancheranno molte altre imprese per la costruzione delle diverse componenti e per l'assemblaggio finale.

La costruzione di questi cacciabombardieri è stata definita da qualcuno come la più grande impresa di ingegneria aeronautica di tutti i tempi. Non si tratta solo di una questione relativa all'innovazione tecnologica. C'è pure di mezzo la gestione di un'organizzazione complessa di una rete di numerose imprese.

Per gestire la produzione e la commercializzazione degli F35, gli USA hanno cercato la “collaborazione” di alcuni altri paesi, loro fidi alleati: Regno Unito, Australia, Canada, Danimarca, Italia, Olanda, Norvegia, Turchia.

Gli F35 sono cacciabombardieri multiruolo, che richiedono un solo uomo di equipaggio. Sono aerei stealth, cioè invisibili ai radar, grazie alla conformazione della loro struttura ed alle vernici che li ricoprono.

Il progetto per la loro costruzione è stato avviato nel 1996 e completato nel 2004. La prova di volo dei prototipi è cominciata nel dicembre 2006. C'è chi prevede che l'entrata in servizio in USA dei primi esemplari possa verificarsi già dal 2008.

I promotori del programma di produzione di questo nuovo cacciabombardiere sono stati US Force, US Navy, US Marine Corps, UK Royal Navy.

Gli F35, a quanto si sa per ora, possono essere costruiti in tre varianti: una a decollo ed atterraggio convenzionale (CTOL – conventional take-off and landing), una versione da imbarcare sulle portaerei (CV – carrier variant), una versione a decollo corto e atterraggio verticale (STOVL – short take-off and vertical landing).

L'assemblaggio finale negli USA si svolge presso l'impianto Lockheed Martin di Forth Worth in Texas (dove si prevede la produzione di più di duemila velivoli).

In Italia è stato scelto come sito per l'assemblaggio finale (che fornirà la maggior parte degli F35 che saranno venduti in Europa) l'aeroporto militare di Cameri, che si trova a pochissimi chilometri da Novara.

Qui già si cura la manutenzione di F16 Falcon, Tornado, AM-X, e, da poco, pure degli Eurofighters.

E proprio qui verrà costruito, a partire dalla fine del 2008, un nuovo stabilimento che sarà gestito da Lockheed Martin e da Alenia Aeronautica.

Ma in Italia questo non sarà il solo luogo coinvolto nel progetto Joint Strike Fighter (così si chiama appunto il progetto di costruzione dei cacciabombardieri F35). Infatti si prevede il coinvolgimento di 40 siti industriali che si trovano in 12 regioni italiane: siti nei quali si costruiranno diverse componenti del nuovo velivolo da guerra.

Gli stabilimenti che si trovano sul nostro territorio nazionale coinvolti in tale opera appartengono alle seguenti imprese: Alenia Aeronautica, Avio, Piaggio, Aerea, Datamat, Galileo Avionica, Gemelli, Logic, Selex Communication, Selex-Marconi Sirio Panel, Mecaer, Moog, Oma, OtoMelara, Secondo Mona, Sicamb, S3Log, Aermacchi, Vitrociset.

L'aeroporto militare di Cameri come sede dell'assemblaggio finale degli F35 prodotti per l'Europa è stato scelto con oculatezza.

L'aeroporto militare di Cameri esiste da quasi cent'anni ed è inserito in una comunità che non ne ha mai messo seriamente in discussione l'esistenza (almeno fino ad oggi).

L'aeroporto militare di Cameri ha ospitato, nei tempi in cui era pienamente operativo, F104 e Tornado. Oggi che la sua operatività si è attenuata, contribuisce comunque a diverse imprese militaresche con la manutenzione sopra ricordata e con l'offrire le sue piste, di tanto in tanto, per la partenza di eroici militi italici verso le zone di guerra, per esempio verso l'Afghanistan.

Vicinissima all'aeroporto di Cameri, a Bellinzago Novarese, c'è la base guidata dalla Caserma Babini. Si tratta della seconda base terrestre italiana, per estensione di superficie, nella quale si effettuano esercitazioni di diversi tipi. La Caserma Babini offre inoltre i suoi soldati per la gestione della logistica in diverse operazioni militari all'estero ed in appoggio alle truppe di pronto intervento NATO di stanza a Solbiate Olona. Si preparano, in definitiva, mezzi di trasporto e munizionamenti destinati ad alcuni dei teatri di guerra che vedono protagonisti pure i soldati italiani.

È in questo contesto di militarizzazione ambientale che si inserisce il progetto di assemblaggio degli F35. Insomma, si è scelto un posticino tranquillo ed accogliente situato nella ricca pianura del Piemonte Orientale.

I governi italiani hanno deciso di partecipare al progetto di costruzione dei nuovi cacciabombardieri americani fin dal 1996, quando era ministro della difesa Andreatta e presidente del consiglio Prodi.

I passaggi parlamentari che hanno confermato l'impegno si sono verificati nel 1998 (governo D'Alema) e nel 2002 (governo Berlusconi).

La firma definitiva dell'accordo è del febbraio 2007, quando il sottosegretario alla difesa Forcieri (diessino) ha incontrato a Washington il suo collega statunitense Gordon England. Si tratta della decisione di partecipare alle diverse fasi di costruzione degli F35.

Il governo italiano afferma inoltre che, in futuro, sarà necessario acquistare questi nuovi cacciabombardieri perché bisogna sostituire altri velivoli obsoleti: gli AM-X, i Tornado, gli AV8-B.

Ovviamente nessuno dei partiti istituzionali si pone seriamente la domanda se l'Italia debba essere dotata necessariamente di cacciabombardieri ultramoderni. Questo è scontato, dal momento che quasi tutto lo schieramento politico istituzionale sostiene, pur con diverse motivazioni, l'impegno italiano in missioni di guerra, che possono quindi esigere pure l'impiego di aerei come gli F35.

Fino ad oggi l'impegno finanziario italiano per lo sviluppo del progetto è stato di 1028 milioni di dollari. Tra breve (e per altri anni che verranno) saranno impegnati altri 903 milioni di dollari. Tutti soldi prelevati dalle tasche dei contribuenti, ovviamente.

In queste cifre appena indicate non sono comprese le spese per l'acquisto dei velivoli.

Secondo quanto riferito dal sottosegretario Forcieri, ogni F35 costerà tra 45 e 55 milioni di euro. Secondo altre fonti si potrà arrivare, tenendo conto di aggiornamenti di prezzi e di allestimenti di armamenti probabili, anche oltre i 100 milioni di euro ciascuno.

Anche se la decisione definitiva di acquisto per l'Italia dovrà essere presa solo a partire dal 2013 (anno dell'uscita dalla fabbrica di Cameri dei primi F35), si ritiene già che il nostro paese acquisterà circa cento velivoli. I conti sono presto fatti: un carico per i contribuenti di almeno dieci miliardi di euro.

Tutti soldi che saranno sottratti ad altri impieghi sicuramente preferibili: investimenti industriali sostenibili, innovazioni nel campo energetico, spesa sociale, ricerca per la protezione dell'ambiente.

Ma di cose del genere poco ci si cura, di fronte all'opportunità di partecipare all'ennesima impresa militarista.

Né si fa troppo caso al fatto che l'aeroporto di Cameri confina con il parco regionale del Ticino, un sito che ha già subito, negli ultimi anni, attacchi d'ogni genere. Non è difficile immaginare che cosa potrebbe significare, quanto ad impatto ambientale, il volo di centinaia di aerei che partiranno da Cameri per i collaudi ed i primi voli di prova.

Ogni inconveniente derivante dalla produzione bellica viene fatto digerire alle popolazioni dei territori dove si vogliono installare gli stabilimenti per la produzione di armi promettendo la creazione di nuovi posti di lavoro.

Anche in quest'occasione si è recitata la solita tiritera, prospettando, in un primo momento, addirittura diecimila nuovi posti di lavoro, presto ridottisi ad un migliaio scarsi (duecento per la produzione degli F35, ottocento nell'indotto).

Si tratta del solito ricatto occupazionale: come se solo le fabbriche di armi possano generare nuova occupazione.

In realtà, restando pure all'interno di una logica produttivistica, con lo stesso capitale fisso che viene impiegato per la produzione di cacciabombardieri come gli F35 si potrebbero creare molti più posti di lavoro di quel misero migliaio al quale si fa riferimento ultimamente.

L'impiego di nuove tecnologie in campo civile, la distribuzione di finanziamenti e sostegni alle piccole imprese, la stessa vecchia politica keynesiana di sostegno alla domanda interna, le ipotesi di istituzione di un reddito sociale minimo, veri investimenti nei servizi sociali (sanità, asili nido, assistenza per gli anziani, eccetera) potrebbero generare, a parità di investimenti, molto di più di un migliaio di posti di lavoro. Per non menzionare quanto sarebbe auspicabile la strutturazione di una capitale sociale arricchito in tal modo ed utile, di conseguenza, per una migliore efficienza del nostro sistema economico nazionale.

Ma le nostre considerazioni non si soffermano affatto su ragionamenti utilitaristici del genere di quello appena sopra enunciato.

La nostra opposizione alla costruzione degli F35 (a Cameri come pure in ogni altro luogo) è politica e morale. Non è accettabile che i lavoratori vengano resi complici di una politica militarista di aggressione e di asservimento.

I nuovi cacciabombardieri verranno adoperati, prima o poi, in qualche teatro di guerra, così da sostenere le spinte imperiali degli USA e dei paesi europei che, in una singolare mistura di collaborazione e di concorrenza, operano insieme agli stessi Stati Uniti d'America allo scopo di assicurarsi il dominio di interi territori ed il controllo di risorse energetiche e naturali di vario genere.

In questo quadro si comprende agevolmente la politica generale di rinnovo degli armamenti in atto pure in Italia. Tanto per restare al campo aeronautico, si può comprendere in tal senso la copresenza del progetto Joint Strike Fighter (gli F35, appunto) e del progetto di costruzione e di acquisto degli Eurofighter, i cacciabombardieri di concezione e di fabbricazione europea. In definitiva si tratta di costituire una forza aeronautica polivalente ed adatta al controllo dei cieli ed all'attacco dall'alto di obiettivi situati in territori “nemici”.

Bombardare da più di cinquemila metri di quota, con velivoli invisibili ai radar e con una copertura formidabile fornita da un sistema tecnologico integrato, è la degna fine di ogni concetto di onore militare. Uccidere senza quasi correre il rischio di una reazione efficace del nemico, bombardare dall'alto popolazioni quasi inermi o malamente armate con strumenti arcaici ed inefficaci: questo è il vero onore militare che pervade l'azione delle forze armate ipertecnologiche di cui si servono i paesi imperialisti dei nostri tempi.

Ma noi non possiamo restare in silenzio di fronte a queste politiche di dominio e di morte.

Opporsi alla costruzione di strumenti di sterminio di massa come gli F35 è dunque un dovere assoluto.

Non si tratta di un sogno vissuto da anime belle. Si tratta dell'unica reazione razionale possibile. Si tratta di aver chiara la natura dei rapporti di forza esistenti e di agire di conseguenza, costruendo le condizioni di una lotta efficace che abbia come scopo una vera trasformazione sociale.

La lotta contro gli F35, contro i loro gemellini (gli Eurofighter) e contro tutti gli armamenti, è l'espressione compiuta del nostro antimilitarismo.